mercoledì 2 giugno 2010

da prua a poppa in 88 tasti


la sterminata varietà degli orizzonti, delle strade, delle persone. le innumerevoli prospettive dalle quali nascono i tanti punti di vista. e poi ancora voci indistinte, linguaggi sconosciuti, appigli troppo lontani attraverso cui cercare di ritrovarsi.
il messaggio di danny boodman T.D. lemon novecento, protagonista del monologo di alessandro baricco, è il senso di inadeguatezza di fronte ad un mondo che si mostra troppo ampio per essere dominato da un semplice sguardo, troppo complesso per tentare addirittura di viverlo. ma nello stesso tempo risalta la capacità di ritagliarsi una propria dimensione, splendida e impareggiabile, entro gli 88 tasti del pianoforte. un numero finito che può generare però, in nome dell'arte, combinazioni infinite di musica. un'abilità da coltivare e tener stretta attraverso la quale novecento ha saputo anche col tempo “incantare” i suoi sogni.
novecento, nato sulla nave virginian tra i due conflitti mondiali, su quella stessa nave, distrutta dalla guerra, vorrà pure morire, attaccato ad un anelito che è soltanto suo. così, malgrado un inatteso tentativo, non metterà mai piede sulla terra. novecento scopre il mondo tramite i racconti degli emigranti di passaggio: ma egli non lo immagina soltanto, perchè attraverso i loro occhi riesce a “guardare” le cose. e di questo è appagato.
poche pagine per concentrare il caleidoscopio delle paure dell'uomo e il suo inesorabile senso del limite. nessuna morale, invece, che poco si addice alla pura poesia.

lunedì 19 aprile 2010

maiali con la pipa


agghiacciante l'ultima scena de “la fattoria degli animali” dove i maiali, ormai vittime della propria arroganza, assumono sembianze antropomorfe. dopo aver imparato a camminare sulle zampe posteriori e dopo aver ricalcato le abitudini umane persino nel vestiario e nei vizi, i maiali tradiscono completamente le attese degli altri animali della fattoria ergendosi a tiranni senza scrupoli. come i peggiori degli umani. come detto, l'apice si raggiunge nella scena finale del romanzo dove maiali e uomini si trovano a banchettare intorno ad una grande tavolata. increduli gli altri animali osservano la scena: maiali e uomini diventano ai loro occhi indistinguibili. l'intuizione dell'autore george orwell è quella di utilizzare i tratti umani per guastare la figura dei maiali, animali già di per sè spregevoli per antonomasia. normale, e quindi per nulla geniale, sarebbe stato invece chiaramente il processo contrario.

venerdì 19 marzo 2010

bavagli ai pagliacci


aldo busi è invitato all’isola dei famosi perché incarna il doppio ruolo di uomo di cultura e “personaggio”. certo sì, perché l’uomo di cultura e basta in tv non conta, annoia, non fa audience. meglio invece pescare soggetti senza talento ma con tanta voglia di buttarsi via e ai quali magari instillare due nozioni per aumentare tirature e share d’ascolto (vedi grande fratello e via dicendo). ma questi sono vecchi discorsi…
aldo busi, si diceva, è chiamato perché capace di esprimere una cultura colorita, condita di metafore, di imbeccate, di frasi ad effetto. il prescelto è lui perché un cattedratico qualsiasi puzzerebbe solo di polvere e vecchiume. e quindi che fare di aldo busi, ripeto, tra i pochi (per quanto discutibile) esponenti di una qualche cultura letteraria in tv? che ne facciamo? un pagliaccio, una macchietta, un provocatore. perché questo è importante, questo sì che fa ridere, questo sì che, per usare un termine molto in voga, “arriva”. ma un pagliaccio molte volte nasconde un universo sterminato dentro di sé. ce lo insegnava ad esempio già heinrich böll nel suo “opinioni di un clown”: quel pagliaccio triste e malinconico faceva ridere (o provava a farlo) per mestiere ma, da dietro la maschera, sapeva ergersi meglio di ogni altro sopra le tante ipocrisie del suo tempo. ma evidentemente anche oggi si preferisce non far calare alcuna maschera, non guardare al di là della più banale apparenza, non approfondire chissà che messaggio. gli intellettuali possono solo fare i pagliacci, usare la cultura per far ridere in modo più arguto di altri. per il resto non c’è ruolo, almeno nelle platee televisive. e se l’invettiva di un pagliaccio sconfina oltre il campo assegnatogli, meglio addirittura un pagliaccio col bavaglio… il paradosso dei paradossi. aldo busi se ne è andato dall’isola e la rai lo ha radiato da tutti i programmi per via delle sue affermazioni “forti” (ma in realtà non sempre lontane dal vero).
lungi dal fare apologie di busi (per un gusto personale preferisco altri generi di autore e comunque non è questo l’intento delle parole qui scritte) mi interrogo invece sul ruolo sempre più deprimente dell’intellettuale oggi, diviso fra due sole vie: divenire personaggio al servizio di un potere (mediatico e non) o chiudersi in una solitudine annoiata e nevrotica, sul modello di des esseintes, l'eroe decadente di huysmans.

lunedì 22 febbraio 2010

sulle tracce di robert walser

la gloria postuma vale quanto stima e affetto autentici maturati in vita? la domanda è destinata a rimanere senza risposta visto che, essendoci di mezzo la morte, nessuno potrà mai avere a disposizione una controprova. sta di fatto che non mancano esempi illustri di scrittori apprezzati soprattutto post mortem, vedi giuseppe tomasi di lampedusa (il cui “gattopardo” rifiutato in un primo tempo dall'einaudi, venne pubblicato da feltrinelli dopo la morte dell'autore vincendo anche il premio strega) o, per spostarci più a ovest, fernando pessoa (il cui “baule pieno di gente” ci ha lasciato un patrimonio letterario tutto da scoprire).
robert walser, scrittore svizzero di lingua tedesca morto nel 1956, è un altro caso di scarsa considerazione acquisita in vita, a cui va aggiunta una tuttora flebile notorietà anche post mortem (specialmente nel nostro paese). non è un caso forse che a patire il “male oscuro” dell'indifferenza altrui sia chi si professa già di per sè un inguaribile solitario. scrive tomasi di lampedusa: “ero un ragazzo cui piaceva la solitudine, cui piaceva di più stare con le cose che con le persone». scrive pessoa: “amare è stancarsi di essere soli: è dunque una vigliaccheria e un tradimento verso noi stessi”. e che dire della personalità altrettanto contrastata di franz kafka?
tornando a robert walser, il suo credito è al momento più alto di quello di tanti altri perchè la riscossione è lenta e faraginosa. in vita walser ha sofferto di forti crisi depressive e dopo aver trascorso diverso tempo in un ospedale psichiatrico affermò: “sono qui per fare il matto, non per scrivere”. sentenza che nella sua amara provocazione ricorda per certi versi la “gioia del declassato” declamata da kafka.
il corpo di robert walser venne trovato senza vita assiderato in un campo. forse è ora che alla sua arte sia reso il merito dovuto.


giovedì 18 febbraio 2010

saramago, dopo il quaderno il diario

amaro, ironico, irriverente. alla fine di febbraio sarà in libreria il nuovo libro del premio nobel per la letteratura josè saramago: “quaderni di lanzarote”. si tratta di una raccolta di scritti, anzi un vero e proprio diario redatto su un'isola delle canarie,lanzarote appunto, nella quale lo scrittore portoghese si è rifugiato dopo le aspre polemiche seguite alla pubblicazione nel 1993 de “il vangelo secondo gesù cristo”. l'einaudi torna ad accogliere il romanziere dopo lo scandalo de “il quaderno” rifiutato dalla stessa casa editrice (e pubblicato nel nostro paese da bollati boringhieri) perchè contenente attacchi precisi all'indirizzo del presidente del consiglio italiano che nell'editoria, è noto, ha più di un interesse.
in attesa di sfogliare le pagine del nuovo lavoro che, si legge nelle anticipazioni, raccoglie pensieri e impressioni di saramago sulla propria vita a tutto tondo (quindi la letteratura e gli affetti) ma anche sulle vicende di carattere mondiale, ci aspettiamo una nuova carrellata di sferzate in punta di penna, ma anche passi di autentica poesia in prosa come questo: «scrivere un diario è come guardarsi in uno specchio di fiducia, addestrato a trasformare in bellezza il semplice bell'aspetto o, nel peggiore dei casi, a rendere sopportabile la bruttezza massima. nessuno scrive un diario per dire chi è. in altre parole, un diario è un romanzo con un personaggio solo».

sabato 13 febbraio 2010

horror vacui

paura del vuoto. paura di questo spazio disadorno che vuole riempirsi di parole, impressioni, suggestioni. il mondo della letteratura in primis, quell'altare di carta, parafrasando franz kafka, a cui si immola volentieri ogni scrittore o aspirante tale. letteratura come lettura, letteratura come scrittura. leggere per scrivere. scrivere per pensare e lasciare una traccia.